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SLIPKNOT "We Are Not Your Kind" (Recensione)


Full-length, Roadrunner Records
(2019)

Dal 2004 gli Slipknot sono cambiati. All'epoca rimasi molto deluso da "Vol.3.", ma recentemente l'ho riascoltato con piacere, riformulando in buona parte il mio parere negativo su quel disco, perchè semplicemente se parliamo di nu-metal, di alternative metal ecc, quel disco caga ancora adesso in testa a tantissimi, detto senza mezzi termini. Non ho mai trovato nemmeno male il successivo "All Hope Is Gone", ma i segnali che qualcosa cominciava a scricchiolare c'erano tutti, non tanto perchè parliamo di un disco brutto in toto, ma perchè in quell'album la band alternava belle canzoni ad altre decisamente poco incisive e fuori fuoco.

Il recente parla da sè: “.5: The Gray Chapter” e questo nuovo "We Are Not Your Kind" sembrano lavori forzati, prodotti da una band che forse è incappata in qualcosa da cui non riesce a venir fuori. Da una parte abbiamo ancora gli ammiccamenti al metal estremo, soprattutto nel riffing quasi death metal che aleggia da sempre nelle loro produzioni. Dall'altra abbiamo un ingombrante Corey Taylor che spadroneggia con la sua voce ovunque, mettendo melodia a profusione e spostando l'asticella dei brani verso qualcosa di più maturo e decisamente più commerciale. Ecco, questo per me è il loro pantano, il loro cruccio. Il cruccio di chi, come loro, ha distrutto tutto e tutti coi primi due dischi, senza alcun compromesso, zittendo anche i fans più integralisti come in quel quel Gods Of Metal del 2000, dove scesero a menare la gente che li bersagliava, per poi annichilirli con una prestazione al limite della follia umana. Ora loro vorrebbero, a quaranta e passa anni, probabilmente fare quello che gli viene più consono, ma ancora non ne hanno il pieno coraggio.

Pezzi come "Nero Forte", "Unstained", "A Liar’s Funeral" o "Spiders" dimostrano come la band abbia un po' perso la bussola, di come non riesca a concludere sostanzialmente nulla. Ed è un po' preoccupante nel loro caso, in quanto se non ricordo male, una delle loro più grandi doti era la concretezza e la capacità di colpirti in faccia in modo direttissimo, che fosse melodia o violenza. Ora tutto sembra un po' assemblato maluccio, e dei veri Slipknot rimangono sprazzi sparsi qua e là in brani come "Birth Of The Cruel", "Critical Darling", "Solway Firth", e soprattutto "Red Flag". Ma anche in questi brani stento a riconoscere gli Slipknot dei primi due album.
Ora vi direte: quindi è tutto da buttare? La risposta, nonostante i molti dubbi, è NO. Non lo è perchè ancora oggi, a livello di metal alternativo o come diavolo lo volete chiamare, gli Slipknot sono gli unici a provare ad emozionare, e sono gli unici che quando ancora picchiano vi fanno vibrare i sedili dell'auto, Il problema è che quando fai due dischi ad inizio carriera da 10 e lode, poi dopo sei un po' fregato! 

Come altre band che hanno scritto i loro capolavori ad inizio carriera e che poi hanno provato a cambiare il loro stile, almeno parzialmente, poi la strada diventa in salita. Detto questo, gli Slipknot sfornano un disco comunque discreto, che se ascoltato più volte può rivelarsi un prodotto godibilissimo, a patto che non lo si confronti con i loro primi due capolavori. 
Da evidenziare anche come la band questa volta abbia un senso a contare così tanti elementi in formazione, visto l'uso massiccio di elettronica ed effettistica varia. 
Prendiamolo come un viatico per qualcosa di diverso che dovrà arrivare. Per adesso il giudizio rimane sospeso ma propende verso il positivo.

Recensione a cura di Sergio Vinci "Kosmos Reversum"
Voto: 70/100

Tracklist:
1. Insert Coin
2. Unsainted
3. Birth Of The Cruel
4. Death Because Of Death
5. Nero Forte
6. Critical Darling
7. A Liar’s Funeral
8. Red Flag
9. What’s Next
10. Spiders
11. Orphan
12. My Pain
13. Not Long For This World
14. Solway Firth

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