Intervista: Bloody MIllionaire



Ciao Bloody Millionaire, ci volete raccontare qualcosa di voi e del vostro nome?

Il progetto è nato nel 2015 da un’idea di Giovanni e Filippo, uniti da un lungo sodalizio e appena usciti dall’esperienza con i Ribenia. Volenterosi di continuare a produrre materiale originale e dare sfogo alla loro vena creativa hanno coinvolto me (Lollo), Daniele e Niccolò che ci ha accompagnati al basso fino al 2017 per poi cedere il testimone ad Enrico, attuale bassista in pianta stabile. Da subito ci siamo messi a scrivere le 10 canzoni che hanno composto il nostro disco di esordio, Marble Dust, registrato nell’estate del 2016. Di conseguenza è partita la ricerca di un nome che fosse riconoscibile e che ben si sposasse con la nostra musica. Nel testo di The mess I’ve found, nel secondo verso, Giovanni scrive Guess you judged far too soon Well, no choice ahead of me, I’m gonna be a bloody millionaire, che incarna il nostro desiderio e la voglia di impegnarci seriamente perchè la nostra musica arrivi a quante più persone possibile.
 
A quali band vi siete ispirati inizialmente?

Le influenze sono le più svariate, ma se dobbiamo trovare dei punti di incontro e di riferimento per tutti e 5 direi che Arctic Monkeys, Black Rebel Motorcycle Club, Editors, Queens Of the Stone Age sono stati e continuano essere una inesauribile fonte di ispirazione.

"Stillness In Bloom" è il vostro nuovo lavoro, c'è un messaggio all'interno di questo disco?! Sappiamo che si parla di un viaggi... Volete spiegarcelo più nel dettaglio?

Molte delle idee e delle immagini che trovate nelle canzoni di questo disco sono nate nel viaggio che Giovanni, principale autore dei testi, ha fatto negli Stati Uniti nell’estate del 2016. So di dire una ovvietà, ma i viaggi sono fatti anche per esplorare una parte di noi stessi che nella quotidianità fatica a manifestarsi. Nei testi emergono la voglia di riscatto dopo le delusioni, il sapersi e volersi rialzare a tutti i costi, la determinazione nel raggiungere obiettivi che ci sembrano impossibili.

Questo Ep ha avuto sicuramente una risonanza maggiore del precedente lavoro, quale pensate sia il motivo? Magari la maturazione musicale?

Questo Ep è nato sulla scia dei buoni risultati che abbiamo ottenuto con Marble Dust, che ci ha permesso di suonare tantissimo e di cementare l’intesa tra di noi come amici e musicisti. Il processo creativo è stato molto più fluido, quasi istintivo a tratti, rispetto al passato. Più che di maturazione, parlerei di un approccio completamente diverso, meno cervellotico. Per esempio Swear it out, il primo singolo estratto, è stata scritta di getto, in un paio di ore direttamente nel garage dove proviamo. Nel giro di pochissimo tempo avevamo 5 o 6 brani belli e solidi da suonare e che meritavano di essere registrati, prodotti e promossi come non avevamo mai fatto prima. Così abbiamo scelto uno degli studi più importanti d’Europa, il Teatro delle Voci di Treviso; di affidarci all’esperienza di Edoardo Pellizzari che ci ha dato una mano a definire il sound del disco; di cambiare ufficio stampa e di appoggiarci a Sorry Mom per promuovere al meglio il disco nel corso del 2018. Inoltre abbiamo studiato e riarrangiato i nostri brani e qualche cover per dar vita a tre set, uno elettrico, uno semi acustico ed uno puramente unplugged con l’obbiettivo fare tantissimi live.

Il vostro primo singolo "Swear It Out" è stato realizzato da Antonio Guiotto, com'è nata questa collaborazione?

Per promuovere Swear it Out volevamo qualcosa di originale e raffinato. Durante le registrazioni abbiamo fatto ascoltare i pezzi ad Antonio nella speranza che la sua fantasia ed abilità nelle arti visive potessero sposarsi con le nostre sonorità. Gli siamo infinitamente riconoscenti per il gran lavoro che ha fatto, perchè ha saputo tradurre in immagini gli aspetti più intimi e profondi del brano mantenendo intatti i caratteri che contraddistinguono i suoi lavori.

Il vostro sound è molto esterofilo, pensate che una band che canti in inglese possa essere altrettanto efficace anche in Italia?

Non sappiamo se sia una scelta azzeccata. Il progetto non è nato facendo calcoli in tal senso. Il sound anglosassone è di sicuro quello che troviamo più affine e coerente per esprimerci. Paradossalmente risulteremmo meno immediati ed efficaci se provassimo a dare forma alle canzoni scrivendo i testi in italiano utilizzando le sonorità della tradizione popolare del nostro paese.

Avete mai pensato di esportare la vostra musica all'estero?

Ci stiamo lavorando e di sicuro non lasceremo nulla di intentato. Per noi sarebbe la coronazione di un sogno e un ulteriore stimolo a continuare ad impegnarci come abbiamo fatto in questi mesi. Stay Tuned!

Nessun commento