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DEEP PURPLE "InFinite" (Recensione)

Full-length, earMusic
(2017)
Dopo quattro anni dall’ultimo album è arrivato nel febbraio di quest’anno l’ultimo lavoro di una delle band più significative per la storia del hard rock e dell’heavy metal, i Deep Purple. Un gruppo finito tra i Guinness dei primati come band più rumorosa del mondo per aver fatto perdere conoscenza a tre spettatori durante un concerto al Rainbow Theater di Londra, a causa dei 117 dB raggiunti.
Con tanti successi e tanti anni sulle spalle c’è sempre il rischio di mettere sul mercato un disco privo di emozioni, solamente per far parlare nuovamente di sé e non sentirsi finiti, ma non è questo il loro caso. Steve Morse, chitarrista della band, rivela infatti “È come quando un artista vede un bel panorama e vuole dipingerlo perché è magnifico, e vuole creare qualcosa ispirato da quella bellezza” . Nonostante l’età è ancora una musica pura, non contaminata dalla fama, forse dovuto proprio dal fatto che sono una delle poche band che prende qualsiasi decisione insieme, come un gruppo di amici che suona solo per divertirsi.

Partiamo dal titolo, che esplica a pieno la carriera di questa band, il cui primo album, "Shades of Deep Purple", compirà i 60 anni (60!!!) proprio il prossimo anno. Il disco si presenta con una copertina raffigurante una nave spaccaghiaccio, che nella quiete e silenzio dei mari ghiacciati, procede per la sua strada lasciando un solco che raffigura il simbolo dell’infinito (∞). Insomma la storia dei Deep Purple in un’immagine; il gruppo che dal suo silenzio, quasi dimenticati, si risveglia per questo ventesimo album continuando a lasciare il segno nella storia della musica. Ma il titolo ha anche un ché di allarmante, è scritto infatti "inFinite", come a mettere in maggiore evidenza la parola “fine”, staranno forse cercando di farci capire che la loro lunga attività, per quanto sembri infinita, stia per giungere al termine? In effetti l’ultima traccia del disco è "Roadhouse Blues", una cover dei Doors, parrebbe un rimando alle cover presenti nei loro primi album del ‘68 (“Shades of Deep Purple” e “The Book of Taliesyn”). Anche il nome del tour che accompagna l’album è un campanello d’allarme, “The Long Goodbye Tour”, che vedrà la band impegnata in Europa fra Maggio e Luglio e in Inghilterra a Novembre 2017.

L’uscita del CD è accompagnata da un docufilm “From Here to InFinite” che riguarda la realizzazione dell’album; è il primo DVD ufficiale prodotto dai Purple, il che rende l’idea di quanto sia ritenuto importante questo album dalla band e dai suoi produttori. Si parla anche della possibilità di continuare a suonare e nonostante l’èta che avanza, pare che l’intenzione di continuare a fare le Rock Star ci sia; solo Steve Morse, paradossalmente il più giovane, svela alle telecamere di avere un problema alla mano che gli crea difficoltà con lo strumento, ma continuerà a fino a quando ne sarà in grado. Preoccupa il fatto che abbia espresso il desiderio, dato che non è stato il primo chitarrista dei Deep Purple, di esserne almeno l’ultimo.

Come il precedente album (Now What?! del 2013) è stato prodotto da Bob Ezrin (Alice Cooper, Pink Floyd, Peter Gabriel), che in quest’album ha indirizzato la band verso il giusto sound. Possiamo infatti ritrovare la dinamica e la potenza di una volta, riadattato alle sonorità moderne, cosa che nel precedente album aveva risentito delle eccessive lavorazioni sonore, il suono infatti sembrava "strozzato" da compressori, gate e processori che erano stati inseriti in fase di mixaggio. È Ian Gillan stesso, cantante della band, a dire che questo sia il miglio suono mai avuto dai Deep Purple. Giungendo alla tracklist, l'album si apre con "Time for Bedlam" già noto dall’uscita dell’omonimo EP. Inizia con voci quasi meccaniche e suoni metallici provenienti dalle tastiere di Don Airey, che per la quarta volta accompagna egregiamente la band in studio dopo l’abbandono di Jon Lord. Ad una trentina di secondi esplode il primo pezzo del disco, con lunghe e immancabili note di organo e riff di Steve Morse, che registrati su più tracce si intrecciano tra loro. Il terzo brano è uno di quelli che più mi ha colpito, "All I Got Is You", uno swing che abbinato a lunghe note di tastiera crea un atmosfera leggera e distaccata. Il bridge che collega le prime 2 strofe è composto da tastiere e chitarre che eseguono il medesimo rif, creando un bellissimo effetto "wall of sound" che cattura l'attenzione dell'ascoltatore. Il ritornello è cantato in coro e grazie ai percussivi e spiazzanti fill di Ian Piace si collega a uno "spaziale" solo di tastiere seguito da quello di chitarre, che culmina nello swing iniziale, proseguendo con atmosfere più scure fino alla chiusura, ma non prima di un ultimo solo di tastiera.

Molto interessante è “Get e Outta Here”, dove per gli amanti dei Led Zeppelin il richiamo a "Fool in The Rain" sarà evidente. Troviamo infatti un energico Ian Piace alle pelli con uno shuffle molto simile a quello di John Bonzo Bonham; un groove potentissimo e travolgente, che viene enfatizzato dall’enorme riverbero sulla cassa che fa sobbalzare ad ogni colpo. Il ritmo altanelante è rafforzato da un pesante utilizzo di un gate che “spezza" ulteriormente il groove. A mio avviso uno dei brani migliori del disco! “Johnny's Band” è il settimo brano e forse uno dei più significativi dell’album. Parla infatti di un ipotetico gruppo che ha iniziato a suonare per gioco, ha avuto diversi successi, è stata in cima alle classifiche, milioni di fan, ma rimane poi soggiogata dal loro produttore; iniziano quindi gli attriti tra i musicisti ma alla fine del brano la Band di Johnny è ancora insieme, ormai vecchia, e che suona nei pub con pochi ascoltatori, ma ancora insieme e felici di fare musica. La storia di molte band, che accecate dal successo si perdono, ma non i Deep Purple che ancora adesso collaborano serenamente insieme. Aneddoto interessante (presente nel DVD) la prima stesura del solo di tastiera di “Johnny's Band” non convinceva Bob Ezrin; Roger Glover in quel momento stava strimpellando “Louie Louie” dei The Kingsmen e Ian Gillan fece la folle proposta di fare il solo di tastiera sulle note di “Louie Louie” e, cavoli, funzionava! Questa è la collaborazione e l’intesa che ben pochi gruppi hanno. Nona traccia è “Birds Of Prey” che si mischia tra diverse atmosfere, la voce di Ian Gillan registrata più volte e sovrapposte a diverse tonalità da un effetto psichedelico che rimane per tutto il brano. Dalle arie prog rock iniziali si placa con un solo composto da lunghe note di chitarra che Steve Morse, su consiglio di Bob Ezrin, nonostante il suo problema alla mano tiene fino al suo limite.

E concludono poi con uno dei miei brani preferiti, una rivisitazione più aggressiva di un blues dei Doors ben noto a tutti, “Roadhouse Blues” . La caratterizzano tecnicismi di chitarra nel solo che Robby Krieger nella versione originale probabilmente non aveva nemmeno immaginato, un suono distorto e un groove molto più potente rendono il brano molto più di impatto. L’originale però rimane sempre più affascinante. 
In conclusione un buon album, non semplicissimo ai primi ascolti, ma quando ti rendi conto del sound creato da Bob Ezri sia apre un mondo e potrai abbandonarti all’ascolto di questa fantastica Arte.
Recensione a cura di: Alessandro Friggi 
Voto: 75/100

Tracklist:
1. Time for Bedlam 04:34 
2. Hip Boots 03:23 
3. All I Got Is You 04:42 
4. One Night in Vegas 03:23 
5. Get Me Outta Here 03:58 
6. The Surprising 05:57 
7. Johnny's Band 03:51 
8. On Top of the World 04:01 
9. Birds of Prey 05:47 
10. Roadhouse Blues (The Doors cover) 06:00 

DURATA TOTALE: 45:36


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