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UNISON THEORY "Arctos" (Recensione)

Full-length, TimeToKill Records
(2016)


E vai col technical death metal! Chitarre ascellari, barbe lunghe e shoegazing estremo! Scherzi a parte, gli Unison Theory sono una band romana relativamente giovane, nata da un'idea del chitarrista Omar Mohamed. Cito l'axeman perché costituisce indiscutibilmente l'ossatura principale del sound del quartetto capitolino, alle prese con un genere che, pur inerpicandosi per le aspre vie dei tecnicismi di scuola Meshuggah, aggiunge quel pizzico di melodia che stempera il tutto, rendendolo godibile anche a chi – come me – mal digerisce la scuola di Fredrik Thordendal.

Il segreto della loro formula? Beh, è presto detto: al tecnicismo che impera nelle otto tracce di “Arctos” la band pone da contraltare vari elementi: un po' di scuola di Gothenburg (che non fa mai male), un po' di quella fredda epicità industrial guidata dalle tastiere e un po' del convitato di pietra per eccellenza di quando si parla di musica estrema, il buon vecchio thrash metal. Eh sì, perché è proprio quello il trucco di Mr. Mohamed: l'essere completamente dedito al guanto di sfida lanciato a suo tempo da Alex Skolnick e soci, in modo da infarcire le songs di una serie di variazioni atte a conferir loro respiro, oltre che di una serie di assoli che per qualcuno (di mia conoscenza) varrebbero probabilmente da soli l'acquisto del disco!

Ma bando agli estremismi e analizziamo da vicino “Arctos”: quello che abbiamo dinanzi è un dischetto che oscilla tra gli elementi succitati e una miscela che tende al metalcore per quanto è “groovy”... sta dunque a voi fare le valutazioni finali sull'affinità tra i vostri ascolti e quanto proposto dagli Unison Theory. Vero è che la band riesce in più punti a far suo il concetto di musica “descrittiva” che dovrebbe accompagnare ogni gruppo alle prese con un concept quale è “Arctos” (ispirato al romanzo “Ice Hunt” di James Rollins, “Artico” in italiano – appunto), ed è il caso di un pezzo come “Polar Sentinel”, in cui la tensione è spezzata in più punti da break epici che si susseguono come un leitmotiv.

Per me, nonostante la band non sia esattamente la mia tazza di tè, restano valide le soluzioni costituite da una serie di atmosfere “glaciali” su “Omega” cui fa da contraltare  il lavoro di chitarra solista (qui per la verità ad  opera di un ospite di lusso, Raphael Trujillo degli Obscura), reminiscente dei Testament, la cavalcata “Arrigetch: The Devil's Passage” e il brutale assalto sonoro di “Project Shockwave”, efficace e diretto nonostante l'intricatezza della track (impreziosita dalla presenza di Tommaso Riccardi dei Fleshgod Apocalypse dietro il microfono). Il rischio – come sempre in questi casi – è quello che poco rimanga all'ascoltatore dopo la fine dell'ultima traccia, ma è un'incognita che sono sicuro non costituisca un ostacolo per i fanatici del genere, tanto più che la discreta fattura di quest'album lascia ben sperare per i confronti tra gli Unison Theory e i mostri sacri del filone. Questi ultimi hanno il blasone, i primi l'entusiasmo dei debuttanti... sta a voi dargli fiducia

Recensione a cura di: schwarzfranz
Voto: 70/100

Tracklist:
1. DeepEye
2. Omega
3. Arrigetch: The Devil's Passage
4. Project Shockwave
5. Grendel
6. Level 4
7. Polar Sentinel
8. The Price Of Eternity

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