GAME ZERO "Rise" (Recensione)

Full-length, Agoge Records 
(2016)

Ok... ve la dirò tutta, anche a rischio di apparire dissacrante e sfrontato. L'ascolto di "Rise" dei Game Zero ha avuto su di me lo stesso effetto che deve aver suscitato "Turbo" dei Judas Priest nei miei colleghi di tre decadi fa. Anzi, non è ovviamente la stessa cosa: sui Priest c'erano aspettative di un certo livello, essendo all'epoca la band sul gotha dei Defenders, per parafrasare il titolo del loro disco precedente. Eppure... anche dinanzi ad un'epoca diversa e ad un sound (leggermente) diverso, la mia impressione resta tale.

Sarà per il fatto che la band romana sciorina melodie a più non posso, lanciando un ponte ideale tra il rifferama con i piedi ben saldi nel metallo e la ricerca spasmodica del fattore radio-friendly. Sarà per il quattro quarti ostinato di certe strofe con uno, massimo due accordi a guidare il naturale passaggio dall'intro alla strofa, una caratteristica presente sia su "The City with No Ends" che su "It's Over", le due tracks poste in apertura. Sarà lo stile solistico di Alex Incubus, via di mezzo tra il Gers dei primi anni '90 e il Tipton degli anni '80, e quindi legato a doppia mandata ad un senso melodico che veniva plasmato direttamente nel metallo puro.

E allora, cosa c'è che non va? Per prima cosa, le scelte delle voci, che rimandano a quel bubblegum pop a stelle e strisce che personalmente ho sempre odiato e a cui la band sembra ammiccare di continuo. Intendiamoci, l'impiego della melodia in musica non è solo tollerabile, è anche auspicabile da parte del sottoscritto; solo che sono arrivato da tempo a teorizzare che se c'è una sovrabbondanza di parti vocali non mi godo il resto, e a questo punto meglio ascoltare il pop radiofonico con tutti gli annessi e connessi, almeno lì le melodie e gli hook sono opera di professionisti del settore. In seconda battuta, la sezione ritmica: ferma e immobile come un molosso, degna riedizione aggiornata della migliore tradizione Williams/Rudd (solo che lì stiamo parlando della Storia), vagamente reminiscente di quanto prodotto dagli Anthrax a fine anni '90, con quei tempi di batteria sempre uguali che neanche il John Bush più ispirato sarebbe riuscito a salvare (è il caso di "In Your Shoes").

In sostanza, se gli intenti della band sono più che apprezzabili, il songwriting non è ancora all'altezza di simili obiettivi, ed è su di esso che bisogna lavorare... in altre parole, se vuoi scrivere grandi canzoni, scrivile, ma non restare "nel mezzo" inserendo qua e là l'elemento di contatto con il Mondo Metallico che resta lì, appeso, senza che per questo l'ago della bilancia penda dall'una o dall'altra parte. Ad esempio, "Look at you" sarebbe perfetta in un progetto di speed/thrash con attenzione alla melodia, se solo non fosse caratterizzata dalla classica ossessione di emulare i Blink 182 e farlo con addosso le borchie di ordinanza; "Time is broken" sembra a sua volta una outtake di "Load" o "Reload" dei Metallica, due dischi infarciti di outtakes già di loro, mentre è proprio sulla conclusiva "Escape" che la band dà il meglio di sé, sciorinando sì le stesse melodie di sempre, costruendo sì gli stessi cori che avevano fatto capolino nelle precedenti undici tracce, ma facendolo almeno in un contesto più consono, quello di una melodia rarefatta che non ha la pretesa di suonare "dura" o "cattiva", mettendo finalmente a suo agio l'ensemble. Ed è da qui che a mio modesto parere si deve ripartire per i prossimi capitoli: non è ancora abbastanza per assicurare la sufficienza piena, ma è già qualcosa.

Recensione a cura di: schwarzfranz
Voto: 55/100

Tracklist:
1.The city with no ends
2.It’s over
3.Now
4.Fallen
5.Don’t follow me
6.Time is broken (rise)
7.Lions and lambs
8.Purple
9.In your shoes
10.Unbreakable
11.Look at you
12.Escape

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